mercoledì 21 giugno 2017

Carità, solidarietà, semplicemente futuro Michele Filippo Fontefrancesco

Michele Filippo Fontefrancesco
Il dibattito acceso sulla concessione di cittadinanza ha fatto emergere un dato oggettivo in questi giorni: come sia lontano dall’orizzonte dei più, anche degli addetti ai lavori, cosa sia e possa essere questo diritto.
Rapida carrellata storica della storia di un’idea. Il diritto di cittadinanza nasce come riconoscimento ad un gruppo ristretto di individui all’interno di una comunità di un particolare novero di diritti e doveri rispetto alla gestione della popolazione più ampia abitante all’interno di uno spazio concluso. Questo gruppo di pochi era generalmente individuato a livello di parentela, di famiglia o famiglie, a cui era riconosciuto il ruolo di governo, mentre lo spazio concluso era quello della città e da qui la parolacittadinanza. Nella nostra penisola sono circa due millenni e qualcosa più che lo spazio concluso si è allargato coinvolgendo più città, quindi, la penisola intera, quindi, il territorio più ampio dell’impero. Facendo un salto di qualche migliaio d’anni riconosciamo il risultato (incompleto) di un passaggio che vede la cittadinanza non più legata ad originali (od accettati) retaggi parenterali ma ad una condizione, quella di individuo stanzialmente residente in uno spazio dato, quello dello Stato, e partecipe dello Stato stesso nelle forme previste dalle singole legislazioni. In tal senso, il cittadino sarebbe l’individuo che usufruisce dei servizi erogati, contribuisce al finanziamento dello Stato e a cui viene riconosciuto il diritto-dovere di partecipazione al governo della comunità.

Guardando all’ordinamento italiano si nota il carattere universalistico dell’offerta dei servizi pubblici, nonché dell’altrettanto universale obbligo alla contribuzione. Tolto i livelli più alti di governo e ad un limitato numero di uffici e funzioni pubbliche, oggi ciò che detta la possibilità di partecipazione allo Stato è la residenza, lo ius soli, e non il lignaggio: una situazione che già indica un superamento parziale di un principio antico come quello dello ius sanguinis. Quindi, il superamento dello ius sanguinis oggi va nell’ottica del completamento di un percorso già in atto nelle istituzioni e, soprattutto, della semplificazione di una situazione complessivamente complicatasi negli ultimi anni, con la multiculturalizzazione del Paese.
Esponenti del mondo del centro-sinistra hanno parlato di un atto di carità, quasi dipingendo la cittadinanza come il mezzo mantello di san Martino e riportando la concessione di questo diritto all’ambito morale; altri di solidarietà, implicitamente indicando l’ambito della compassione e della lotta di classe come l’alveo dell’ortodosso ragionamento. Tristemente resta in second’ordine tra le ragioni di una scelta il criterio di razionalità, della semplice presa d’atto oggettiva dello stato del diritto italiano nella sua caotica composizione, quindi, della volontà di semplificarlo per rendere meno grottesco il tutto.
Sarà demodé, ma semplicemente pesare di portare avanti una campagna politica nell’ottica della linearità, efficacia e trasparenza senza mettere in mezzo sentimenti, il sapore del sangue e dell’emozione non è proprio possibile? E a quelli che oggi difendono diritti ancestrali chiedo solo una cosa: perché anziché fare barricate contro la storia non pensate a sistemi in cui lo Stato può dare, ma anche revocare la cittadinanza? Almeno sarebbe qualcosa di nuovo…