Verso lo scisma di Borgoglio tra Guelfi, Ghibellini, Facino Cane e altri conquistatori

by Piercarlo Fabbio
Lotte tra Guelfi e Ghibellini. A colloquio con Gabriello Guasco, una sera a Bergoglio, davanti al fuoco, ma il clima non è certo dei migliori per il borgo di Alessandria.
LMCA: Nella puntata de 'La Mia Cara Alessandria' di martedì 6 ottobre (143esima puntata, in onda sulle frequenze di Radio Bbsi) e disponibile nella sezione postcad dei siti www.fabbio.it e www.ritrattidallalba.it, Piercarlo Fabbio inizia la nuova giornata in Borgoglio - anche se le sue giornate possono durare secoli - ospite di Gabriello Guasco, capitano dei Guelfi alessandrini in lotta, dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti, con i Firrufini, ghibellini, residenti in Alessandria, fedeli al Duca di Milano. 
Proprio ieri sera, davanti al fuoco, Gabriello ha spiegato le sue buone ragioni, che partono dalla dedica della città a Papa Alessandro III, per finire allo stemma municipale che reca lo scudo guelfo, ma una cosa che è poco chiara è come, una volta persa l’autonomia comunale, non si combatta per riprendersela, ma per scegliersi un nuovo padrone, diverso da quello presente, ma pur sempre dominatore. Alla fine, le divisioni tra Guelfi e Ghibellini, finiranno per portare alla tirannide. 
E il despota è proprio lì, dietro l’angolo. Sta per presentarsi alla storia. Ecco come ci rammenta succintamente i fatti Gian Franco Calorio: “I ghibellini (sotto i Firrufini) chiedono l’appoggio del Marchese di Monferrato e i guelfi di Gabriello Guasco da Bergoglio, schierandosi per Carlo Re di Francia, consegnano la città al Buccicaldo (cioè Messer Giovanni Lamegre, detto nelle cronache italiane Buccicaldo, ma in realtà Jean II Le Meingre Boucicaut), luogotenente del monarca francese. Il Guasco, padrone di Alessandria, saccheggia case ghibelline ed assedia con l’artiglieria la cittadella (attuale piazza Matteotti) dove ha trovato rifugio il governatore ducale Zanotto Visconti con tutto il presidio. La presa militare tuttavia non riesce e nemmeno quella per fame (rifornendo di farina la cittadella i terrieri di Bosco); sopraggiunge inoltre un mercenario, un avventuriero fedele a Giovanni Galeazzo, Facino Cane”
Qui ci siamo soffermati un attimo, perché, a forza di gridare “al lupo”, il lupo è arrivato sul serio. Ed è proprio questo militare, cioè Bonifacino Cane detto Facino, originario di Casale Monferrato, con
truppe in gran numero, che riesce a battere il Guasco, che ripiega in Borgoglio. Però, gli alessandrini, così intenti nelle lotte fratricide, non si accorgono che stanno consegnandosi mani e piedi alla dittatura e quindi continuano la loro ricerca di alleati sempre più forti. Non a caso in Bergoglio si leva la bandiera francese. In Alessandria non è comunque più aria per i guelfi, tant’è vero che i Trotti, i Pozzi e altre famiglie, abbandonano la città per rifugiarsi nelle campagne circostanti.
Così Facino Cane, fedele a Filippo Maria Visconti a cui Alessandria era stata consegnata alla morte di Gian Galeazzo, con il pretesto di spazzare i Guelfi dalla città, se ne impossessa e ne diviene praticamente il signore. Probabilmente il titolo è usurpato o costituisce un riconoscimento di copertura da parte del Conte di Pavia, vero signore della città. Purtroppo i Guasco a Borgoglio costituiscono ancora una spina nel fianco per la normalizzazione che Facino vuole imporre. 
Anzi, proprio a Borgoglio, la situazione non è delle migliori. Vero che il Tanaro protegge dall’accerchiamento garantendo che almeno un fronte possa essere impedito anche al nemico. O così almeno credono gli aiutanti di Gabriello. In realtà Facino Cane sarà pure un tiranno, ma conosce a perfezione l’arte della guerra. Si è infatti arricchito con le ruberie e i saccheggi derivanti dalla conquista delle città. Con i Guasco ha già dei precedenti. Nel 1404, dopo aver sottomesso Piacenza, ritorna in Alessandria e attacca il castello di San Giorgio, nei pressi di Quargnento, ove Viviano Guasco si era rifugiato. Qui il Cane aveva dimostrato la sua doppiezza, perché Viviano si era arreso senza neppur ingaggiare battaglia, ma a patto che venisse risparmiata la sua famiglia. Cosa che Facino giura di fare, ma non fa. Anzi fa prigioniero Viviano e lo conduce in catene ad Alessandria, rinchiudendolo in un carcere. Poi distrugge il castello e dona i ruderi alla famiglia Inviziati, sua alleata. 
Non c’è da essere dei geni per capire che la stessa sorte tocca a Borgoglio. E così succede. Ma attraverso una sorpresa, perché proprio la parte che si credeva più sicura, quella del Tanaro, creerà i maggiori grattacapi a Gabriello e probabilmente lo consiglierà ad arrendersi. In effetti dal Tanaro, che sapevamo essere rendita per molti attraverso la pesca, vengono fatte risalire delle navi, così l’accerchiamento è completo e Borgoglio è sotto assedio. Una settimana dopo Gabriello si arrende. Anche lui chiede che vengano risparmiati i bergogliesi e che soprattutto chi volesse potesse lasciare il borgo, andandosene con i propri averi. Le condizioni vengono accettate da Facino. Giusto il tempo per Gabriello di riparare in Francia e per i più stretti suoi collaboratori di raggiungere luoghi sicuri, che Facino Cane mette a ferro e fuoco Borgoglio. Le vittime non si contano. E addirittura Borgoglio viene condannata a pagare una multa di 22.000 fiorini d’oro. Anche la giustizia si era posta sotto l’ala protettrice della tirannide.

Il clima in Borgoglio è così surriscaldato che Fabbio preferisce mettere in moto la macchina del tempo e lasciare gli albori del 1400, uno dei periodi più bui per la storia di Alessandria. 

Ma Facino Cane costituisce solo un episodio di un contrasto fra Borgoglio e gli altri quartieri della città, di cui peraltro fa parte. Quasi cinquant’anni dopo il Borgo fortificato apre le sue porte alle truppe di Rinaldo Dudresnay e la bandiera francese si innalza nuovamente sulle sue mura. 
Gli altri quartieri alessandrini? Ovviamente schierati con Milano, con gli Sforza. Insomma è fin da quando Alessandria è stata fondata, che Borgoglio non pare soddisfatto né del suo parto, né del trattamento ricevuto in cambio. Peraltro le vendette non stentano a realizzarsi, così Bartolomeo Colleoni, fedele agli Sforza, incendia Borgoglio per perseguire i soliti Guasco. Cambiano le generazioni, ma non le posizioni e i modi di agire. Che ci sia insoddisfazione manifesta è certo, ma anche un’aperta dissidenza politica. Non a caso, a seguito di un privilegio concesso ai bergogliesi, questi decidono di rispondere agli alessandrini – a loro volta scontenti – con un governo speciale e la decisione di staccarsi da Alessandria. Uno scisma vero e proprio. Si certifica anche nelle forme la presenza di una città autonoma dentro la città fondata. Che poi qualcuno, secoli dopo, decidesse di radere al suolo Borgoglio, pare quasi una naturale, conseguente risposta a continui episodi di lotta, tensione, insubordinazione, autonomismo, che costellano la storia di questo antichissimo borgo. 
Le rubriche propongono per 'Reclame d’annata… però' da 'Noi e il Mondo' n. 1 – gennaio 1913 'Lettere scritte in penna e copiate nello stesso tempo' e 'Eau de cologne marca Z'. 
I 'Proverbi' ricordano che “Nebia d’utuber e piova ‘d nuvember tont ben dal ciel i fon disendi” (“Nebbia d’ottobre e pioggia di novembre tanti beni dal cielo fanno discendere”). Oggi è San Bruno, che ci dedica un proverbio omnicomprensivo dei due mesi più uggiosi dell’autunno, almeno dalle nostre parti, anche se non mancano eccezioni, vedi l’estate di san Martino. Comunque ad ottobre si semina e a giugno si raccoglie. Ecco quindi i proverbi che insegnano a seminare. “Chi chu semna trop spes u voja du voti er so grané” (“Chi semina troppo fitto, svuota due volte il suo granaio: e anche il raccolto non sarà soddisfacente”). Non a caso: “Bsogna semné col mon, nenta col sac” (“Bisogna seminare con le mani e non con il sacco”). Seminare a mano era dunque una vera e propria arte “Richiedeva la coordinazione tra velocità del passo, ampiezza del gesto, progressivo allargarsi del pugno per lasciar volar via il grano”. (Enrico Bassignana, op. cit.). 
A inizio ottobre occorreva aver ormai iniziato: “Se a San Francesch a t’hai nent tacà, taca prestu”. Cioè “Se a San Francesco, patrono d’Italia, cade il 4 ottobre, non hai ancora iniziato a seminare, inizia al più presto!” Oggi la semina si fa con seminatrici meccaniche ed elettroniche, addirittura usando le mappe di resa e quelle di prescrizione, cioè individuando nel tempo i punti più fertili dei terreni che si stanno utilizzando ed automaticamente dosando i semi a seconda del grado di fertilità del campo, direttamente programmando la macchina che sa leggere queste informazioni. E mentre si semina, la macchina spande i fertilizzanti a fianco del solco. E anche i nostri proverbi, dunque, finiscono per essere un mero retaggio di antropologia culturale. Una volta dunque occorreva grande maestria, oggi grande competenza nell’utilizzare tutti i mezzi che la tecnologia mette a disposizione dell’agricoltura. E soprattutto abbisognano forti investimenti. 

'L’almanacco del giorno prima, fatti successi tanti, tanti anni fa in Alessandria' ricorda il vescovo di Novara Adalgiso e la playlist musicale della settimana propone un viaggio nelle note del Mambo italiano.

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