lunedì 22 febbraio 2016

Umberto Eco Il superuomo di massa

by Maura Mantellino
In questi giorni si è parlato molto del grande scrittore Umberto Eco: vorrei ricordare una sua raccolta di saggi intitolata Umberto Eco Il superuomo di massa (retorica e ideologia nel romanzo popolare) - Tascabili Bompiani 1978. 
Dall’introduzione:
Questo libro raccoglie una serie di studi scritti in diverse occasioni ed è dominato da una sola idea fissa. Inoltre questa idea non è mia, ma di Gramsci… L’idea fissa, che giustifica anche il titolo, è la seguente: “mi pare che si possa affermare che molta sedicente ‘superumanità, nicciana ha solo come origine e modello dottrinale non Zarathustra, ma il Conte di Montecristo di A. Dumas”(A.Gramsci, Letteratura e vita nazionale, III, ‘ Letteratura popolare’). A questo proposito Gramsci aggiunge anche:
“Forse il superuomo popolaresco dumasiano è da ritenersi proprio una reazione democratica alla concezione d’origine feudale del razzismo, da unire all’esaltazione del ‘gallicismo’ fatta nei romanzi di Eugenio Sue”.
… Questi studi si presentano così come contributi misti vuoi a una sociologia della narratività popolare, vuoi a uno studio delle ideologie espresso in forma di storia delle idee, vuoi talora come contributi esplorativi a una semiotica testuale non ossessionata dall’esigenza della formalizzazione (vera o pretestuosa che sia) a tutti i costi.
Ed ecco un estratto:

Engels e Marx scriveranno praticamente La sacra famiglia usando I Misteri come oggetto polemico e come filo conduttore, come documento ideologico. Rodolphe scende tra il popolo, cerca di capire il popolo. Il suo socialismo diventa sempre più partecipato, ora piange sulle sventure su cui fa piangere. Certo il limite è tutto qui: piange e fa piangere; proporrà rimedi, ma ne vedremo il limite sentimentalistico, paternalistico e utopistico. Egli si augura che il popolo non sia più nella miseria, che cessi di essere plebe affamata, spinta al delitto suo malgrado, per diventare una plebe sazia, presentabile, che si comporti come si deve, mentre il borghese e gli attuali fabbricanti di leggi
resteranno i padroni della Francia. Riformismo edulcorato, ci si augura che muti qualcosa perché tutto resti come prima. La natura riformistico-piccolo-borghese dell’opera è individuata con molta semplicità nella frase “Ah, se i ricchi lo sapessero!”. La morale del libro è che i ricchi possono saperlo e intervenire a sanare con atti di munificenza le piaghe della società. Ma Marx ed Engels vanno oltre: non si accontentano di individuare in Sue la radice riformistica, ma additano l’animo reazionario, subdolo, legittimista. Non possiamo escludere, però, che I Misteri costituissero il primo grado di rivolta che veniva formulato in modo accessibile e immediato, secondo la migliore tradizione del socialismo utopistico. Sue non ha speculato sul popolo. Vi ha creduto realmente. Vi ha creduto da socialista umanitario e utopista, riflettendo i limiti e le contraddizioni di una ideologia confusa e eminentemente sentimentale. Con Sue muore il feuilleton classico. Il barone Haussmann ha già sventrato Parigi l’anno prima. Ha tolto lo scenario per futuri misteri e soprattutto ha impedito che nelle nuove vie larghe e alberate si possano fare barricate di sorta.

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