mercoledì 18 ottobre 2017

Luca Zanon: Cittadella e Valfrè, contenitori pubblici che devono ospitare un mix di funzioni


by Pier Carlo Lava
Luca Zanon architetto è un Architetto, 35 anni, di Alessandria.
Si è laureato al Politecnico di Torino, e in seguito ha effettuato esperienze lavorative a Milano, Alessandria e Barcellona. Di ritorno da Barcellona ha deciso di intraprendere l’avventura in solitaria e di aprire il suo studio professionale. E’ sempre stato affascinato da tutto ciò che è segno, sia esso pittura, scultura o fotografia. 
Ama lo spazio pubblico in tutte le sue forme. Nel 2005 ha fondato le Officine Marcovaldo (www.officinemarcovaldo.com), un collettivo di varie figure professionali che muove la sua ricerca proprio sull’arte nello spazio pubblico. Con altri componenti, ha ideato il festival di illustrazione “Inchiostro” (www.inchiostrofestival.com), oggi alla terza edizione. 
Adora le città attraversate dai fiumi. Scrive di architettura su alcune testate locali. Ama la sua città, in quella forma di amore per cui, a breve, inizierà a odiarla (anche se non ci è ancora riuscito).
Lo abbiamo incontrato per un intervista, queste le sue risposte alle nostre domande:
Ci dici perchè hai scelto di fare l’architetto?
Non so se esista una motivazione particolare. Sicuramente hanno influito il fatto di aver giocato tanto con i Lego da piccolo, il fatto che, crescendo, ho sviluppato un particolare spirito critico per il valore estetico delle cose, per il “bello” (che dal mio punto di vista è un elemento oggettivo e non soggettivo, come molti sostengono) e, non ultimo, il fascino che ha sempre esercitato in me il valore utopico
dell’architettura, ovvero la capacità che questa disciplina ha di migliorare la nostra società.
Come sostenitore degli spazi pubblici quali sono le tue proposte per i grandi contenitori urbani oggi inutilizzati come la Cittadella e l’ex caserma Valfrè?
E’ sicuramente uno dei nodi cruciali dello sviluppo urbanistico ed economico della città di Alessandria. Non ho una ricetta precisa per il recupero dei grandi contenitori urbani, ma se seguiamo alcuni indirizzi precisi possiamo realmente dare nuova vita a queste strutture.
Sono convinto che questi edifici debbano ospitare un mix di funzioni. Basta con le proposte museali (i musei di piccole e medie dimensioni soffrono tutti di un bilancio negativo dei visitatori, e non se la passano bene neanche i grandi poli museali in Italia); e poi museo di cosa?
Analizziamo la Cittadella: lo dice il nome stesso, dimensionalmente è una città a fianco di un’altra città. E allora deve essere trattata come tale, e quindi ospitare destinazioni d’uso diversificate che permettano di viverla durante tutto l’arco della giornata. Quindi bene uffici, caffetterie, ristoranti, sede di istituzioni e fondazioni, scuole, residenze per studenti universitari, un parco, percorsi per il trekking. E’ vero, per recuperare una struttura così grande servono ingenti investimenti economici, che il pubblico non può permettersi (siano essi il Comune o la Regione). Allora come fare per reperire i fondi? O con l’apporti di privati (ma chi investirebbe queste somme ingenti in questo particolare momento storico?) o attraverso la partecipazione a bandi europei (e in questo caso il Comune deve fare la sua parte). Ma non solo. Proviamo a pensare a questa soluzione: immaginare un bando di gestione degli spazi e delle strutture della Cittadella rivolto ai privati: tu, privato, puoi partecipare a questo bando, e se hai i requisiti ti concediamo (per un periodo di tempo limitato) un edificio, un comparto, anche solo una stanza della Cittadella per insediare la tua attività. Tu paghi le spese per il recupero di quella porzione, rispettando le linee guida della Sovrintendenza, in modo da non stravolgere il carattere storico dell’edificio.
Il limite dell’ultimo bando che è stato proposto per la gestione della Cittadella, che prevedeva, appunto, la gestione di tutta la struttura, ha avuto proprio questo limite: è impensabile che un privato si sobbarchi la spesa per il recupero dell’intera struttura, ma se il bando si concentrasse solo su piccole porzioni allora forse la questione cambierebbe. Non è una pratica nuova per l’Italia, perché diversi sono gli esempi, nel nostro paese, di gestioni di grandi strutture attraverso il recupero di alcune parti.
Nel contesto del PISU il Comune ha dei progetti di riqualificazione per il lungo fiume. Tu cosa ne pensi e quali sono le tue proposte?
Alessandria, nel corso degli anni, ha compromesso il rapporto con i suoi fiumi. Dobbiamo assolutamente recuperarlo.
Prima di tutto esiste un problema di accessibilità: oggi non riusciamo ad arrivare a toccare le acque come un tempo, i pochi percorsi che lambiscono il fiume sono scarsamente sistemati, di difficoltoso attraversamento (non solo pedonale, ma anche ciclabile). La passeggiata Sisto non è altro che un ritrovo di tossicodipendenti. Il tragitto si esso fuori o dentro la città, è un percorso a singhiozzo.
Dunque, come primo approccio, immaginerei un percorso ad anello (che in parte già esiste) che possa permettere di passeggiare vicino alle sponde, dividendo il progetto tra tratto urbano (più strutturato) e tratto extraurbano (più “naturalistico”).
Nel tratto urbano immaginerei una passeggiata a raso del fiume e una serie di collegamenti con la “parte alta” della città costituiti da tribune e scalinate dove la gente possa anche solo sedersi.
Il secondo problema è una questione, anche in questo caso, di funzioni: benissimo la sistemazione delle sponde, ma parallelamente dobbiamo individuare e agevolare l’insediamento di attività che possano far vivere le sponde e il fiume.
Quindi ben vengano approdi per piccole imbarcazioni, ben venga la navigazione del fiume in alcuni tratti, ben vengano l’insediamento di “bateaux mouches” con bar e ristoranti o anche solo semplici strutture temporanee che permettano di godersi il fiume.
Purtroppo i progetti proposti nell’ambito del Piano Integrato di Sviluppo Urbano (Pisu) non sono andati in questa direzione: se da una parte positivo sarà il recupero del parco a fianco del futuro ponte Meier, dall’altra non è stato previsto alcun intervento per l’accesso al fiume. Si è recuperato il capannone della “Nuova boccia”, con il risultato di avere un nuovo capannone energicamente sostenibile nelle vicinanze del fiume, quando io avrei proposto la delocalizzazione quella struttura, destinando quello spazio a parco. La piazza ipogea sotto il ponte Meier, prevista nel progetto preliminare e definitivo, che poteva configurarsi come un primo tentativo per raggiungere le acque, non verrà realizzata per una questione economica, quando si poteva sfruttare la presenza di un cantiere, di mezzi all’opera e soprattuto di un terrapieno creato per il futuro ponte per poterla realizzare. Insomma, il fiume continuerà a mantenere la sua distanza nei confronti della città ancora per molto tempo.
In Alessandria, anche considerando l’inquinamento record da PM10, si parla da decenni di piano della mobilità, Ztl, ecc, ma sinora non si è visto niente. Cosa ne pensi e se dipendesse da te come risolveresti il problema?
Partiamo da una mia certezza: io penso che il centro storico di Alessandria debba essere chiuso al traffico veicolare. Sono abbastanza drastico, lo so, ma non capisco come una città come la nostra, per la sua dimensione ma anche per la sua conformazione urbanistica, non abbia ancora istituito una seria ztl per il suo centro. Città simili ad Alessandria (Reggio Emilia, Parma, Mantova, Vicenza, Modena, Ferrara, …) hanno puntato sui centri storici chiusi alle auto, con benefici visibili (ambiente urbano vivibile, persone che vivono realmente la città, negozi che non hanno subito alcun tipo di contraccolpo economico, anzi) e da noi sono anni che ancora ne discutiamo.
Questo non vuol dire che, una volta istituita la ztl, il progetto complessivo sul traffico veicolare in città finisca. Si devono istituire dei parcheggi a corona (o meglio, potenziare quelli esistenti), in modo che chi arriva da fuori città possa lasciare l’auto e recarsi in centro; si devono potenziare i mezzi pubblici che permettono di raggiungere il centro anche dai parcheggi a corona sopra citati (mezzi pubblici “leggeri”, come piccoli bus o piccoli tram o filobus, sostenibili e poco rumorosi), si deve ripristinare il bike sharing (servizio utilissimo che, purtroppo, è stato chiuso perché insostenibile dal punto di vista economico).
E soprattutto, basta parlare di parcheggio sotterraneo in Piazza della Libertà (che senso ha riportare le auto nel fulcro cittadino?), e ben venga il parcheggio sotterraneo di Piazza Garibaldi, che si configurerebbe come un parcheggio a corona (ma attenzione a recuperare anche la piazza soprastante: nella proposta vincitrice del bando per la realizzazione del parcheggio sotterraneo di Piazza Garibaldi non c’era traccia di una benché minima sistemazione in superficie, per cui era stata prevista una orribile distesa di porfido e niente più; quanto di più lontano dal concetto di recupero di un luogo pubblico!).
Qual è la tua idea di piazza della città?
E’ assurdo come tutte le piazze storiche della nostra città siano destinate a parcheggio per le auto. Le piazze devono tornare ad essere dei cittadini, devono essere vissute, devono riconquistare il valore della piazza storica italiana, luogo di incontri, di scambi, di decisioni politiche, di mercato.
Quindi proviamo ad immaginarle senza auto, proviamo a pensare ad un arredo urbano rispettoso del contesto, pensiamo a del verde, in modo che diventino realmente dei luoghi di sosta.
Entrando nello specifico, in piazza della Libertà, in passato, c’era il mercato ora è invasa dalle auto, in piazza Garibaldi c’è una competizione fra le auto e il mercato e qui si pensa ad uno spostamento degli ambulanti per fare posto ad un parcheggio forse sotterraneo. Cosa ne pensi e se dovessi decidere tu cosa proporresti in merito?
Come detto in precedenza, dobbiamo ripensare integralmente le nostre piazze. Anche in questo caso, oltre ad una riqualificazione architettonica, dobbiamo sforzarci di riattivare la funzione sociale di questi luoghi. Sarò ripetitivo, ma il mix di funzioni è la soluzione: tempo fa Piazza della Libertà era principalmente il luogo delle istituzioni bancarie e degli uffici che attorno ad esse ruotavano. Il risultato era una piazza vissuta solo in determinate ore del giorno e da pochi cittadini. La risposta al degrado sociale può essere quella di incentivare l’insediamento di attività diversificate, agevolare la presenza di bar, dehor, ospitare eventi temporanei. Spostare il mercato in piazza della Libertà? Ben venga, il mercato è un incredibile calamita di socialità.

Il commercio tradizionale in centro soffre per una serie di problemi: crisi nazionale dei consumi, affitti alti, problemi di viabilità, ma anche carenze di idee da parte degli stessi commercianti, delle varie Associazioni di categoria e della Pubblica Amministrazione. Ovviamente non è un problema di facile risoluzione, ma tu cosa ti sentiresti di proporre?
Come hai detto tu, non è un problema di facile risoluzione: il commercio risente oggi della crisi generale che sta vivendo il nostro Paese, del caro affitti e di tanti altri fattori negativi che investono non solo Alessandria, ma tutti i centri nazionali. Ma, a mio avviso, possiamo pensare ad alcune proposte per invertire questa tendenza. Anche in questo caso prendiamo ad esempio le realtà che funzionano. L’Outlet di Serravalle non risente della crisi. E’ una realtà complessa e soprattutto di respiro nazionale, ma alcune soluzioni possono essere prese a prestito da questo luogo.
Ci rechiamo all’Outlet perché sappiamo quali prodotti possiamo trovare, perché i negozi e ciò che vendono sono ben comunicati, perché a corollario abbiamo un sistema di parcheggi che funziona e attività di svago temporaneo (caffetterie e altro). Lungi da me da tessere le lodi di questa realtà, che per me è e resterà un non luogo basato solo sul consumo. Però cerchiamo di copiare. Perché non progettare un sistema di comunicazione serio ed efficace per i negozi cittadini? Perché non pensare ad una segnaletica diffusa e ad un piano di comunicazione via web che segnali e tenga aggiornato sulla dislocazione dei negozi, sui prodotti che vendono, sugli orari, sugli eventi che ospitano. Perché non agevolare la rete fra negozianti? Abbiamo visto che, quando questa funziona, ne giova tutta la città. L’esempio può essere via Bissati o Vicolo Dell’Erba: lì i negozianti si sono uniti, si sono rimboccati le maniche acquistando elementi di arredo urbano, rinnovando la segnaletica in modo da renderla unitaria, curando le fioriere e l’aspetto generale dell’intera via. Il risultato sono due vie bellissime, in cui è piacevole anche solo passeggiare.
Ci vuoi parlare della tua idea di creare Inchiostro festival?
E’ nata come una vera e propria sfida: 5 ragazzi (io, Giancarlo Sansone, Andrea Musso, Riccardo Guasco e Guido Bisagni), provenienti da differenti discipline che hanno deciso, tre anni di fa, di creare un festival di illustrazione, calligrafia e tecniche tradizionali di stampa per proporre un evento nuovo e soprattutto particolare per la nostra città.
Siamo partiti nel 2013, e da subito ci siamo stupiti della risposta incredibile del pubblico: vuoi per la tematica originale (non sono tanti i festival in Italia che propongo questi temi, anzi, si possono contare sulle dita di una mano), vuoi per il coinvolgimento, fin da subito, di artisti di fama nazionale, vuoi per il luogo che ospita il festival (il Chiostro di santa Maria di Castello, ambiente denso di storia e soprattutto accogliente e perfetto per creare un’atmosfera intima e rilassata), ci siamo convinti che questa era la strada giusta.
Siamo alla terza edizione, e l’affluenza di pubblico è cresciuta in maniera esponenziale. La cosa interessante è che sono tanti i visitatori provenienti da ogni parte d’Italia, interessati ai temi che proponiamo ma non solo: il fatto di ospitare ogni anno artisti stranieri ha fatto conoscere il nostro festival al di fuori dei confini nazionali. E con il festival facciamo conoscere anche Alessandria.
E su questo aspetto ci tengo a sottolineare una cosa: perché la nostra città non ha ancora compreso appieno le potenzialità di eventi di questo tipo? Perché non iniziare a creare la famosa rete di persone e realtà per rendere sempre più collaudata la macchina del festival? Non dimentichiamoci che, portando visitatori da fuori, si sviluppa inevitabilmente il famoso indotto: durante la due giorni del festival, la prima settimana di giugno, c’è richiesta di alberghi, posti letto, locali dove andare a mangiare e a divertirsi, diverse persone ne approfittano per visitare i musei cittadini (se e quando aperti) o la Cittadella. Non voglio sembrare di parte, ma a mio avviso è ora di ragionare tutti insieme sui benefici che eventi di questo tipo possono portare alla nostra città.

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